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Caso N°1 «Miteni» · Puntata 2

Un solo vulcano, due bocche

Spinetta e Trissino non sono due vicende: sono le due bocche di un solo vulcano. Una stessa molecola — il cC6O4, che appartiene a Solvay — e una stessa regìa li saldano in un unico disastro, esteso a quasi tutto il Nord. Un disastro che resta invisibile, perché nessuno — a partire dal Ministero dell'Ambiente — accetta di chiamarlo con il suo nome.

whitecollarcrimes.it · 22 giugno 2026Scarica il PDF ↓

Nella apertura ho parlato di un burattino e di un burattinaio; nella prima parte, dei due grandi assenti dalla sentenza di Vicenza — Solvay e DuPont. Qui faccio un passo che cambia la misura di tutto. Spinetta Marengo e Trissino non sono due storie che si somigliano: sono lo stesso evento. Le racconto con l'immagine che mi pare più esatta — un vulcano. Un'unica camera magmatica, due bocche che eruttano a quattrocento chilometri di distanza, una sola nube che è arrivata quasi su tutto il Nord. È una tesi, e la dichiaro tale: ma poggia su fatti, e i fatti vanno scanditi uno per uno.

1. Una sola camera magmatica: il cC6O4 è di Solvay

Tutto regge, o cade, su un punto chimico — quello che, sentenza alla mano, ho fissato nella prima parte: il cC6O4 non è un inquinante generico, è una molecola brevettata e registrata da un unico dichiarante principale. È, in senso proprio, una firma, e la firma è una sola: Solvay, oggi Syensqo.1 Dove si trova il cC6O4 — nella falda di Trissino, nel Po, nell’aria di Spinetta, nel sangue di un operaio veneto o piemontese — si trova qualcosa che porta scritto un solo nome.

Da qui discende la saldatura. Per anni la vicenda è stata raccontata come due fatti distinti: a Trissino una piccola fabbrica, Miteni, che sversa e fallisce; a Spinetta un grande stabilimento con i suoi problemi storici. Ma se la sostanza è la stessa, e quella sostanza è di Solvay, le due storie sono una. Lo dico nel modo più netto, perché è la chiave dell’intera inchiesta: non c’è un disastro Miteni e un diverso disastro Solvay; c’è un solo disastro, con due epicentri.2 Miteni, a Trissino, non produceva il cC6O4: lo recuperava dalle resine che arrivavano da Spinetta, lo estraeva e lo restituiva a Solvay — il «ciclo delle resine» che la stessa sentenza descrive.3 L’andirivieni di materiale contaminato tra Piemonte e Veneto non è un dettaglio logistico: è la prova che i due siti erano un unico apparato.

È qui che cade il malinteso più comodo. Finché si lega Syensqo soltanto a Spinetta, il quadro si spezza in due e ognuno risponde per il suo. Ma una volta che si lega Syensqo anche a Miteni — perché il cC6O4 di Trissino è suo, lavorato sulle sue resine e a lei restituito — il filo unitario regge, e regge da sé. La regìa, secondo la lettura che ho depositato alle Procure, è una: Solvay governa la contaminazione, e il suo occultamento, nei due siti che dirige; DuPont entra dal 2014 e aggrava il versante veneto col GenX.4 Questa parte — la regìa, l’eterodirezione di Miteni — è la mia ipotesi, e come tale la marco. Il dato chimico, invece, è accertato: il cC6O4 è di Solvay. Sul primo si dovrà indagare; il secondo non è in discussione.

2. Due bocche, due elementi

Un vulcano può avere bocche diverse, e farle eruttare in modi diversi. Così è stato. I due epicentri non hanno inquinato allo stesso modo, e la differenza non li separa: li completa.

A Trissino la bocca ha eruttato nell’acqua. Le falde da cui attingono gli acquedotti delle province di Vicenza, Verona e Padova sono vulnerabili; ciò che Miteni scaricava è sceso nel sottosuolo e si è propagato, fino a comparire a chilometri di distanza e, attraverso il reticolo idrico, ben oltre.5 A Spinetta la bocca ha eruttato soprattutto nell’aria. Lì la falda profonda è meglio protetta — per fortuna della geologia, non per merito di chi inquinava —, ma dai camini dello stabilimento il cC6O4 è uscito e ha viaggiato.6 Acqua a est, aria a ovest: lo stesso magma, due condotti. E il rischio, in entrambi i casi, è stato spostato da chi lo generava a chi non lo aveva scelto — da una regione all’altra, da una popolazione all’altra. È la logica che altrove si chiama, senza giri di parole, neocoloniale: i pericoli che in un luogo non si possono più correre si trasferiscono dove i controlli sono più deboli.7

3. Una sola nube: quasi tutto il Nord

La conseguenza di due bocche e di una molecola fatta per viaggiare è una nube che non si ferma ai confini di una provincia. Il cC6O4 è stato rilevato nel Po già dal 2019, e di lì negli acquedotti che dal fiume attingono;8 in Piemonte, nell’acqua potabile di Torino e di una quindicina di comuni, fino a Bardonecchia, oltre i 1.300 metri — una quota a cui l’acqua di falda non sale, e che si spiega solo con il trasporto atmosferico;9 tracce risultano anche in Lombardia. Da ovest a est, il disastro copre quasi tutto il Nord del Paese.10

Conviene fermarsi un istante su questa parola — quasi tutto il Nord — perché è esatta, non enfatica. Non si parla del recinto di due fabbriche, ma del bacino del fiume più grande d’Italia, che irriga i campi, abbevera gli animali, ricarica le falde, e finisce nell’Adriatico. La popolazione che per anni ha bevuto acqua contaminata da miscele di vecchi e nuovi PFAS è di almeno 350.000 persone nella sola area veneta;11 quella raggiunta, per via d’acqua o d’aria, dal solo cC6O4 — una sostanza che nessuno cercava e per cui non esiste un limite di legge nazionale — non è stata nemmeno quantificata. La domanda onesta non è quanti siano gli esposti. È chi, nel Nord, possa dirsi con certezza al riparo.

4. Perché è un solo delitto

Quanto detto finora è chimica e geografia. Ma ha una conseguenza giuridica, e qui devo essere prudente, perché si entra nel terreno che la quarta parte tratterà per esteso. La conseguenza è semplice: se la sostanza è una e la regìa è una, allora — è la mia tesi — l’evento penalmente rilevante è uno solo. Trissino e Spinetta sono le due facce di un unico disastro, i cui effetti si estendono da ovest a est. Frazionarlo in episodi locali non ha senso storico, e — sostengo — nemmeno giuridico.12

Il diritto penale è attrezzato per fatti di questa dimensione. Non serve «bucare il velo» della persona giuridica Miteni per arrivare a chi sta a monte: serve individuare le condotte umane che furono causa dell’evento.13 La Corte d’Assise di Vicenza ha condannato l’esecutore; ma — lo annoto come limite, non come accusa al giudice — non ha potuto cogliere la dimensione unitaria della catastrofe, perché unitaria non era la contestazione che aveva davanti. Il come — il concorso, la responsabilità del produttore di rifiuti, il confronto con gli Stati Uniti — è il cuore della quarta parte. Qui basti il punto: un solo vulcano è, in diritto, un solo fatto.

5. Un vulcano invisibile

E qui sta il paradosso che dà il nome a questa inchiesta. Un’eruzione si vede. Questa no. Il più grande avvelenamento ambientale accertato in Italia, esteso a quasi tutto il Nord, è rimasto — e in larga parte resta — invisibile. Non perché manchino i dati: perché manca il nome. Lo si è raccontato a pezzi — la fabbrica veneta, lo stabilimento piemontese, il fiume, le falde — e i pezzi, separati, non fanno paura. La narrazione comoda, «Miteni unica colpevole», ha fatto da coperchio: un capro espiatorio fallito, e il caso si chiude.14 È la stessa fabbrica del dubbio vista nell’apertura, ma rovesciata: là si nascondeva la tossicità di una molecola; qui si nasconde l’unità di un disastro. Frammentare è il modo più efficace per rendere invisibile ciò che, intero, sarebbe insostenibile.

L’invisibilità, del resto, conviene. Le stesse condotte che negli Stati Uniti, per i medesimi gruppi, sono costate accordi e accantonamenti da centinaia di milioni e oltre — il versante americano lo vedremo —, in Italia non sono ancora costate un euro né un giudizio di merito. La letteratura specialistica ha un nome anche per questo: justice arbitrage. Dove la giustizia entra, si paga; dove si ferma, si tratta.15 Tenere il disastro frammentato e senza nome è la premessa perché la giustizia, qui, si fermi.

6. Il sismografo spento: l’inerzia del Ministero

Resta da spiegare perché il nome non venga pronunciato dove più conterebbe: al vertice. Esiste uno strumento, nel nostro ordinamento, fatto apposta per le emergenze ambientali più gravi e di scala sovraregionale — il Sito di Interesse Nazionale, che porta con sé poteri di coordinamento, risorse, e l’obbligo di indagini e bonifiche serie. È il sismografo che dovrebbe registrare un’eruzione di queste dimensioni. Per Spinetta e per Trissino non è mai scattato: il Ministero dell’Ambiente non ha istituito né un SIN unico né due SIN distinti, pur in presenza dei requisiti di legge.16 In Italia nessun sito contaminato da PFAS è mai stato dichiarato SIN.17

È l’ultimo anello di una catena che abbiamo già percorso. Nell’apertura erano i controllori di prossimità — Comune, Provincia, Regione, ARPA, ASL — ad aver guardato altrove, ciascuno con la sua quota di omissione, ai due epicentri. Qui è il livello centrale a ripetere, su scala nazionale, lo stesso gesto: non vedere. La logica del SIN unico seguirebbe esattamente la natura del fenomeno — una sola falda che non conosce confini comunali, un solo fiume, una sola nube. Non istituirlo significa scegliere di trattare un disastro nazionale come somma di pratiche locali: il modo amministrativo per tenerlo invisibile.

Non lo chiamo complotto, e l’ho già detto: lo chiamo sistema di incentivi. Ma il risultato, dal vertice alla base, è coerente e misurabile: di fronte a un vulcano con due bocche, l’apparato pubblico ha tenuto spento il sismografo. E un disastro che lo Stato non registra è un disastro che lo Stato non deve riparare.

Qui si chiude la seconda parte. Abbiamo dato un nome e una forma all’evento: uno solo, con due bocche, esteso a quasi tutto il Nord, e tenuto invisibile. La terza parte fa la conta che nessuno ha finito di fare: il bilancio sanitario del disastro — prima i lavoratori, i più esposti e i meno studiati; poi i morti e i malati tra la popolazione; infine ciò che resta oggi, nel sangue di chi vive ai due epicentri e nelle loro piazze. La quarta entrerà nella sentenza, e mostrerà che i fatti per chiamare in giudizio i mandanti sono già scritti. Già scritti. E, finora, inutilizzati.


Nota sulle fonti e sul metodo (Parte II)

Distinguo i tre piani. Accertato: la titolarità esclusiva del cC6O4 in capo a Solvay (brevetto, registrazione REACH come dichiarante principale; Sentenza Corte d’Assise di Vicenza n. 1/25, p. 45), il «ciclo delle resine» e i flussi descritti in sentenza, le rilevazioni ambientali (ARPA, Greenpeace), la mancata istituzione del SIN. Dichiarato: le affermazioni d’azienda già richiamate nelle parti precedenti. Inferito: la qualificazione del fatto come disastro unitario sotto un’unica regìa (Solvay/Syensqo, con DuPont/Chemours a Trissino dal 2014) e come unico evento penalmente rilevante — è la tesi dei miei esposti-denuncia alle Procure di Alessandria e di Vicenza (6 ottobre e 23 dicembre 2025), una richiesta di indagine, non un accertamento. I manager di Miteni sono condannati in primo grado; la responsabilità dei mandanti a monte resta ipotesi. Gli atti non coperti da segreto saranno pubblicati a corredo dell’inchiesta.

Note

  1. Titolarità esclusiva del cC6O4 in capo a Solvay: brevetto, know-how proprietario e registrazione REACH come dichiarante principale (CAS 1190931-27-1). Cfr. Sentenza Corte d’Assise di Vicenza n. 1/25, p. 45 («Per quanto riguarda il C6O4 arrivava una resina dall’impianto Solvay…»); analisi negli scritti di L. Santa Maria («Il caso cC6O4»; «L’Avvelenata»). 

  2. La formula è dell’autore («L’Avvelenata»): «Non c’è un disastro Miteni e un diverso disastro Solvay, ma un solo disastro. Due epicentri collegati di uno stesso disastro». Status: tesi dell’inchiesta (inferito), fondata sui fatti che seguono. 

  3. «Ciclo delle resine»: Sentenza cit., p. 45 (la resina arriva da Solvay, il cC6O4 viene recuperato e in parte restituito a Solvay) e p. 1740 (IBC di cC6O4 da «smaltire o restituire a Solvay», produzione qualificata come tolling). Cfr. integrazione di esposto Santa Maria, 23 dicembre 2025, §§ 3.1-3.3. 

  4. Regìa unica e ingresso di DuPont (GenX da Dordrecht) dal 2014: esposto Santa Maria, 6 ottobre 2025, pp. 3-5; «L’Avvelenata». Status: ipotesi d’inchiesta rivolta alle Procure. 

  5. Vulnerabilità delle falde venete e propagazione: Sentenza cit., pp. 744-747 (punte nei pozzi presso Miteni; diffusione lungo il deflusso freatico; risorgive). Cfr. «L’Avvelenata». 

  6. Via atmosferica a Spinetta: ARPA Piemonte ha rilevato cC6O4 sul particolato (PM10) presso lo stabilimento (0,476-1,534 ng/m³, 2024); la migliore protezione idrogeologica della falda profonda di Spinetta è ricostruita in «L’Avvelenata». 

  7. Trasferimento del rischio «da una popolazione ad un’altra» e qualificazione neocoloniale: «L’Avvelenata»; esposto Santa Maria, 6 ottobre 2025. Status: lettura dell’inchiesta. 

  8. cC6O4 nel Po dal 2019 e negli acquedotti derivati; in sentenza la presenza in stazioni lontane da Trissino è ricondotta a «immissioni più a monte lungo il corso del fiume» (Sentenza cit., p. 747). Cfr. integrazione di esposto, 23 dicembre 2025, § 6. 

  9. Greenpeace Italia, su dati SMAT (febbraio 2024): cC6O4 nell’acqua potabile di quattordici comuni del Torinese, del Canavese e della Val di Susa, fino a Bardonecchia (oltre i 1.300 metri), con un picco di 66 ng/L a Cintano. 

  10. Estensione «da ovest a est» del Nord Italia (Piemonte, Lombardia, Veneto; bacino del Po fino all’Adriatico): «L’Avvelenata»; «Il caso cC6O4». Status: sintesi dell’inchiesta su dati di monitoraggio pubblici e privati. 

  11. Almeno 350.000 persone esposte a miscele di vecchi e nuovi PFAS nell’area veneta (province di Vicenza, Verona, Padova); la Sentenza n. 1/25 riconosce un disastro su oltre 100 km² e più di 300.000 persone. La popolazione raggiunta dal solo cC6O4 (acqua e aria) non risulta quantificata. 

  12. Dimensione unitaria del disastro («Trissino e Spinetta sono un unico delitto i cui effetti si estendono da ovest ad est dell’Italia»): «L’Avvelenata»; esposto Santa Maria, 6 ottobre 2025; integrazione 23 dicembre 2025. Status: tesi dell’inchiesta. 

  13. Concorso di persone (art. 110 c.p.) senza necessità di superare lo schermo della persona giuridica: l’imputazione richiede l’individuazione delle condotte umane causa dell’evento. Cfr. integrazione di esposto, 23 dicembre 2025, § 7; «L’Avvelenata». La trattazione giuridica è sviluppata nella Parte IV. 

  14. Narrazione «Miteni unica colpevole» come coperchio sull’unità del disastro: «L’Avvelenata». Status: lettura dell’inchiesta. 

  15. Justice arbitrage: la divergenza tra l’esito statunitense (accordi e accantonamenti ingenti per gli stessi gruppi: tra gli altri, l’intesa di Solvay/Syensqo col New Jersey per il sito di West Deptford, 2023) e quello italiano (nessun giudizio di merito né esborso). Il confronto sarà sviluppato nella Parte IV. Cfr. «L’Avvelenata»; esposto Santa Maria, 6 ottobre 2025. 

  16. Mancata istituzione di un SIN (unico o distinto) per Spinetta e Trissino in presenza dei requisiti di legge: esposto Santa Maria, 6 ottobre 2025, p. 11; «L’Avvelenata»; «report finale» (condizioni di legge per un SIN unico Spinetta-Trissino). 

  17. Nessun sito contaminato da PFAS è mai stato dichiarato Sito di Interesse Nazionale in Italia. Cfr. esposto Santa Maria, 6 ottobre 2025, p. 11. 

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nome collettivo · garante: avv. Luca Santa Maria · 22 giugno 2026

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